sabato 12 novembre 2011

Domani la Nazionale a Rizziconi, tra festa e paura

RIZZICONI (Reggio Calabria) - Il campo è lì, fradicio d'acqua in mezzo agli orrori di una Calabria che fa paura. E' infossato, corto, neanche quaranta metri, nascosto da mura così alte e spesse che sembrano quelle di una prigione. Gli hanno rifatto il manto. E l'hanno portato via al padrone di un paese che sopravvive nel terrore.
Nessuno ci poteva giocare in quel campetto dietro gli ultimi scheletri delle case di Rizziconi, ottomila abitanti fra gli ulivi secolari e le rovine industriali della Piana di Gioia Tauro. Nessuno ci voleva giocare per non fare uno "sgarbo" al boss. Una volta questa striscia di terra era sua, oggi è di tutti. Domenica mattina qui arriverà la nazionale di Prandelli invitata da Luigi Ciotti, una partitella dell'Italia su un "bene" confiscato alla 'Ndrangheta, un allenamento simbolo in fondo a una Calabria sospesa, che cambia e non cambia, sempre in bilico fra disperazione e sogno.

Siamo venuti qui per raccontarvela, questa storia del campetto di Rizziconi, alla vigilia della trasferta degli azzurri, centoventi ragazzini di una scuola calcio in delirio, la lunga battaglia del vicario della diocesi di Palmi, Pino De Masi, che è l'anima di "Libera" in questa regione, l'indifferenza e anche l'ostilità di un paese che si protegge come una tribù. Prima di portarvi al campetto dove fra due giorni giocherà la Nazionale, vi diamo subito una piccola notizia su come vanno le cose da queste parti: l'ex proprietario del terreno è
quello che i rapporti di polizia indicano come il boss di Rizziconi, si chiama Teodoro "Toro" Crea ed è libero di scorrazzare dove gli pare. L'abbiamo visto uscire ieri l'altro sulla sua Mercedes nera, guidata dal fedele autista, fino alla sua villa-bunker di via Carignano. Venerato come un califfo, se ne va in giro indisturbato per la Piana. La sola strada che non attraversa più è la provinciale 35, quella che fra buche e fango arriva fino al campetto che gli hanno tolto.

Il viottolo l'hanno asfaltato per l'occasione, intorno c'è un pantano. L'ultima pennellata agli spogliatoi l'hanno data martedì. Pareti color mattone. I bagni sono azzurri, sei docce per la squadra locale e sei docce per quella ospite. Si sistemeranno lì dentro i giocatori della Nazionale. "Mancano solo le porte e poi è tutto pronto", racconta il geometra Domenico Anoja, il capo del cantiere che ha rimesso a nuovo l'impianto. "Speriamo che vada tutto bene, ho sentito che in paese tira un'aria un po' così", aggiunge il geometra mentre finalmente da un camion scaricano le porte.

In molti la Nazionale l'avrebbero voluta vedere solo in tivù. E non sul campo strappato a "Toro" Crea. Dicono che difendono solo l'"onorabilità" di Rizziconi. Il proprietario del bar sul corso: "Si parla sempre e solo di 'Ndrangheta, cosa c'entra il calcio con la 'Ndrangheta, così criminalizzano tutta una comunità". L'edicolante Francesco Mazza: "E' un evento blindato e per pochi intimi, la Nazionale va in quel campetto ma non si è degnata di venire un minuto nel nostro paese". Il presidente di una confraternita: "Spese folli per un giorno solo, è la festa di quelli di Libera e non di tutta Rizziconi". Silenzio sul boss e sul passato tormentato di quel campetto. Anche perché "Toro" Crea è appena passato sul corso con la sua Mercedes e vicino la chiesa c'è anche Nino Crea detto "Nino il malandrino", cugino dell'altro e - sussurrano in paese - sempre più potente. Una bella "famiglia". Dominavano vent'anni fa e dominano ancora. Appalti, accaparramenti di tenute agricole, rapporti con la politica. Due volte hanno sciolto per mafia il Comune e loro, i Crea, sono sempre là. Hanno perso solo quel campo.

Era il 1994 quando l'hanno sequestrato. "Toro" in quei terreni voleva farci una discarica, ma nel 2000 è arrivata la definitiva confisca. I commissari prefettizi che erano al Comune, hanno deciso così di costruire un campetto di calcio per i ragazzi. Un finanziamento di 200 milioni e poi, dopo soli sette mesi, l'inaugurazione. Però, sui terreni presi ai Crea, nessuno ci andava a giocare. Sono cominciati gli atti vandalici, i danneggiamenti. Dopo il secondo scioglimento per mafia del Comune - nel febbraio 2006 - altri commissari prefettizi hanno ristrutturato un'altra volta il campetto. Seconda inaugurazione. Quel giorno, coincidenza, tutti gli autisti della scuola bus si sono ammalati. Quel giorno, altra coincidenza, si sono ammalati anche tutti gli addetti alle pulizie dell'impianto. Poi la nascita della scuola calcio. Poi ancora don Luigi Ciotti che parla con Prandelli e la Federcalcio. "E' davvero un bel gesto quello della Nazionale, il messaggio che vogliamo portare è uno: la partita contro le mafie si deve giocare ogni giorno", spiega don Pino De Masi, che tanto si è battuto per questo campo e che denuncia da anni le collusioni fra società di calcio calabresi e boss. Una 'Ndrangheta nel pallone. Dove la domenica, fra le gru del porto di Gioia Tauro e la Rosarno della caccia al nero negli agrumeti, si dedicano ancora minuti di silenzio al latitante colpito da una fucilata e gol alla memoria del capobastone.

Larepubblica

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